Feedback nello sport: sei domande che ogni allenatore dovrebbe farsi
“Bravo.”
“Non va bene.”
“Devi arrivare prima.”
“Che cosa hai notato?”

Sono tutti feedback, ma non trasmettono la stessa informazione e non producono necessariamente lo stesso effetto. Quando un allenatore parla, tende comprensibilmente a concentrarsi su ciò che vuole spiegare. L’atleta, però, non riceve soltanto un’indicazione tecnica: percepisce anche una valutazione, un’aspettativa, un tono e lo spazio che gli viene lasciato per comprendere e decidere.
Per questo non basta chiedersi: “Ho dato un feedback?”, ma semmai è più utile domandarsi: “Quale feedback ho dato, in quale momento e che cosa potrebbe aver generato nell’atleta?”
Come dovrebbe dare feedback un allenatore?
Un feedback efficace dovrebbe essere specifico, comprensibile e coerente con l’età, l’esperienza e il momento emotivo dell’atleta. Non dovrebbe limitarsi a valutare la prestazione, ma aiutare l’atleta a comprendere:
che cosa è accaduto;
quale comportamento ha funzionato;
che cosa può modificare;
come riconoscere autonomamente una situazione simile.
Non esiste, quindi, un unico feedback corretto. L’allenatore dovrebbe chiedersi:
il messaggio è positivo, neutro o negativo?
descrive ciò che è successo o fornisce immediatamente la soluzione?
riguarda la persona, il compito, il processo o l’autoregolazione?
sostiene l’autonomia oppure controlla?
è rivolto al singolo o al gruppo?
arriva durante o dopo l’azione?
Un sistema per osservare la comunicazione degli allenatori
Corbett e colleghi (2025) hanno sviluppato il Coach Feedback Analysis System – CFAS, uno strumento che permette di analizzare il feedback degli allenatori attraverso sei dimensioni:
valenza;
tipo di informazione;
livello del feedback;
sostegno all’autonomia;
destinatario;
momento.
Il sistema è stato sperimentato su 600 minuti di filmati provenienti da allenamenti, competizioni e sessioni di video-analisi di quattro sport di squadra, raggiungendo un accordo complessivo tra gli osservatori dell’89%.
Questo risultato non dimostra che esista una combinazione ideale di feedback capace di produrre automaticamente un miglioramento della motivazione, dell’apprendimento o della prestazione. Il CFAS è soprattutto una mappa della comunicazione: aiuta a confrontare ciò che l’allenatore pensa di comunicare con ciò che può essere concretamente osservato.
1. Il feedback è positivo, neutro o negativo?
Dire: “Ottima scelta” comunica una valutazione positiva. Dire: “Hai giocato gli ultimi tre colpi sul rovescio”
descrive un fatto senza valutarlo immediatamente. Infine, dire: “Sei arrivato ancora in ritardo” contiene invece una valutazione negativa.
Il feedback positivo può sostenere fiducia e motivazione, ma diventa più utile quando è specifico.
“Bravo” può fare piacere. Dire:
“Hai aspettato il momento giusto prima di cambiare direzione”
aiuta anche l’atleta a riconoscere il comportamento efficace e a provare a ripeterlo. La questione non è utilizzare esclusivamente feedback positivi. È comprendere quale informazione arrivi realmente all’atleta.
2. Sto descrivendo o prescrivendo?
Un feedback descrittivo racconta ciò che è accaduto: “Negli ultimi due colpi hai perso equilibrio lateralmente.” Un feedback prescrittivo indica che cosa fare: “Nel prossimo colpo prova a mantenere il peso più stabile.” Entrambe le modalità possono essere utili.
Un atleta inesperto può avere bisogno di una soluzione chiara. Un atleta più competente potrebbe invece beneficiare di qualche secondo per interpretare autonomamente l’errore. Il problema nasce quando l’allenatore fornisce sempre e immediatamente la risposta. L’atleta può diventare molto bravo a eseguire le indicazioni, ma meno capace di osservare e correggere autonomamente la propria prestazione.
3. Sto correggendo la persona o il comportamento?
Dire: “Sei distratto”, attribuisce il problema alla persona. Dire: “In questa azione hai distolto lo sguardo prima dell’impatto”, descrive un comportamento osservabile e modificabile.
Riprendendo il modello di Hattie e Timperley (2007), il CFAS distingue feedback rivolti:
al sé, quindi alla persona;
al compito;
al processo;
all’autoregolazione, che invita l’atleta a osservare e interpretare ciò che è successo. Ad esempio, “Che cosa hai notato?”, “Quale soluzione potresti provare?” e “Come puoi riconoscere prima quella situazione?”
Quando la correzione riguarda prevalentemente la persona, l’errore può trasformarsi in un’etichetta:
non ho commesso un errore, sono incapace;
non ho perso attenzione, sono distratto;
non ho affrontato il contrasto, sono debole.
Descrivere un comportamento specifico rende invece il cambiamento più comprensibile e possibile.
4. Sto sostenendo l’autonomia o controllando?
Sostenere l’autonomia non significa lasciare l’atleta senza indicazioni, ma offrire informazioni, struttura e confini senza sostituirsi continuamente alla sua capacità di comprendere e decidere.
Un allenatore potrebbe dire:
“Puoi anticipare oppure creare più spazio. Quale soluzione pensi di poter riconoscere meglio?”
L’atleta riceve una guida, ma viene coinvolto nella scelta.
Una comunicazione controllante riduce invece lo spazio di partecipazione:
“Devi fare esattamente questo e non voglio discussioni.”
In alcune situazioni la direttività è necessaria, soprattutto quando sono coinvolte la sicurezza, l’urgenza o conoscenze che l’atleta non possiede ancora. Diventa problematica quando rappresenta l’unica modalità utilizzata.
5. A chi sto parlando?
Il feedback può essere rivolto: a un singolo atleta; a un piccolo gruppo; all’intera squadra.
Il messaggio collettivo è efficiente, ma non viene necessariamente compreso da tutti nello stesso modo. Un intervento individuale consente di adattare:
il linguaggio;
la quantità di informazioni;
la complessità;
il tono;
l’obiettivo;
il momento emotivo.
Non è necessario parlare individualmente con ogni atleta dopo ogni azione. È però utile osservare se alcuni ricevano quasi esclusivamente correzioni pubbliche, mentre altri ricevono soprattutto incoraggiamenti personali. Anche il destinatario contribuisce al significato del messaggio.
6. Quando intervengo?
Il feedback può arrivare:
durante l’azione;
dopo aver interrotto l’attività;
al termine della prestazione.
Parlare durante l’esecuzione permette una correzione immediata, ma può occupare l’attenzione dell’atleta proprio quando dovrebbe percepire, scegliere e agire. Fermare l’esercitazione può rendere visibile un dettaglio importante. Farlo continuamente, però, riduce il ritmo e il tempo di pratica. Aspettare la conclusione lascia all’atleta un primo spazio di elaborazione, anche se un intervento troppo tardivo rischia di perdere precisione.
La domanda non è soltanto: “Meglio un feedback immediato o differito?”, ma piuttosto:
“Di quanto tempo ha bisogno questo atleta, in questa situazione, per provare a comprendere autonomamente ciò che è accaduto?”
Un esempio nel tennis
Durante uno scambio, il maestro ripete: “Prepara prima.” “Muovi i piedi.” “Colpisci davanti.” “Non arretrare.”
Il giocatore può migliorare durante la lezione perché riceve indicazioni continue. In partita, però, quella voce esterna non sarà disponibile. Potremmo allora osservare:
quanti feedback vengono dati durante lo scambio;
quante soluzioni vengono anticipate;
quanto tempo viene lasciato dopo l’errore;
quante domande richiedono una vera riflessione;
quante occasioni di autocorrezione vengono offerte;
quanto il giocatore riesce a comprendere autonomamente ciò che è successo.
L’obiettivo non è far tacere il maestro. È trasformare progressivamente la voce esterna in una capacità interna di osservazione e regolazione.
Perché osservare la comunicazione dell’allenatore?
Nel mio lavoro di psicologo dello sport con atleti, allenatori, arbitri, staff e società, l’analisi del feedback non serve a stabilire se un tecnico sia bravo o incapace, ma a confrontare tre livelli:
ciò che l’allenatore vuole comunicare;
ciò che effettivamente dice e fa;
ciò che l’atleta comprende e sperimenta.
Questi tre livelli non sempre coincidono. Un allenatore può pensare di fare molte domande e scoprire che fornisce quasi sempre immediatamente la risposta. Può essere convinto di incoraggiare frequentemente gli atleti e accorgersi che interviene soprattutto quando qualcosa non funziona.
Attraverso osservazioni sul campo, registrazioni, colloqui e momenti formativi è possibile individuare queste ricorrenze e costruire modalità comunicative più coerenti con gli obiettivi tecnici, educativi e psicologici del contesto.
Un esercizio per gli allenatori
Registra dieci minuti di una tua sessione, nel rispetto delle necessarie autorizzazioni, e trascrivi cinque feedback. Per ciascuno chiediti:
era positivo, neutro o negativo?
descriveva ciò che era accaduto o forniva subito la soluzione?
riguardava la persona, il compito, il processo o l’autoregolazione?
lasciava spazio all’atleta?
era rivolto al singolo o al gruppo?
arrivava durante o dopo l’azione?
Non cercare immediatamente un profilo ideale. Cerca una ricorrenza.
Potresti scoprire:
di prescrivere quasi sempre;
di porre domande senza attendere la risposta;
di intervenire soprattutto quando qualcosa non funziona;
di utilizzare incoraggiamenti molto generici;
di correggere alcuni atleti prevalentemente davanti al gruppo;
di riempire con la tua voce quasi ogni momento della pratica.
Questa consapevolezza rappresenta già l’inizio del cambiamento.
Domande frequenti sul feedback nello sport
È meglio utilizzare feedback positivi o correttivi?
Entrambi possono essere utili. Ciò che conta è che il feedback sia specifico e permetta all’atleta di comprendere quale comportamento mantenere o modificare. Un generico “bravo” può incoraggiare, ma offre poche informazioni.
Un allenatore dovrebbe correggere immediatamente ogni errore?
Non necessariamente. Una correzione immediata può essere utile quando l’atleta non possiede ancora le conoscenze necessarie o quando è coinvolta la sicurezza. In altri casi, aspettare qualche secondo può favorire osservazione e autocorrezione.
Fare domande rende sempre l’atleta più autonomo?
No. Una domanda può essere controllante quando prevede una sola risposta e viene posta senza un’autentica disponibilità ad ascoltare. Per sostenere l’autonomia bisogna lasciare all’atleta tempo e spazio per elaborare una risposta.
Uno psicologo dello sport può aiutare un allenatore a comunicare meglio?
Sì. Lo psicologo dello sport può osservare allenamenti e competizioni, analizzare la comunicazione, raccogliere la percezione degli atleti e aiutare il tecnico a rendere il feedback più consapevole e coerente con gli obiettivi del singolo atleta o della squadra.
Riflessione conclusiva
Gli allenatori osservano continuamente gli atleti. Più raramente hanno l’opportunità di vedere sé stessi mentre allenano. Eppure anche la comunicazione dell’allenatore è una prestazione: può essere osservata, compresa e allenata.
A volte il compito dell’allenatore è spiegare, altre volte è correggere, porre una domanda o lasciare spazio. Non esiste una frase perfetta da utilizzare in ogni situazione. Diventare più consapevoli del feedback significa sapere perché stiamo intervenendo, che cosa vogliamo generare e quale spazio stiamo lasciando alla persona che abbiamo davanti.
Vuoi migliorare la comunicazione con i tuoi atleti?
Se sei un allenatore, un responsabile tecnico o una società sportiva, possiamo analizzare insieme la comunicazione utilizzata durante allenamenti e competizioni.
Il percorso può comprendere:
osservazione sul campo o attraverso registrazioni;
analisi dei feedback;
confronto tra intenzioni dell’allenatore e percezioni degli atleti;
restituzione individuale o allo staff;
formazione sulla comunicazione e sul sostegno all’autonomia.
Puoi contattarmi per valutare un percorso di osservazione, consulenza o formazione in psicologia dello sport, a Roma oppure online.
L’autore
Sergio Costa è psicologo dello sport e dottore di ricerca in Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche. Da oltre quindici anni lavora con atleti, allenatori, arbitri, staff e società sportive attraverso percorsi individuali, osservazioni sul campo, ricerca, formazione e consulenza. Riceve a Roma e lavora anche online.
Bibliografia
Corbett, R., Cope, E., Partington, M., Gannon, E., Ryan, L., e Mason, R. (2025). Development, validation and reliability of the Coach Feedback Analysis System. Journal of Sports Sciences. Advance online publication. https://doi.org/10.1080/02640414.2025.2561346
Hattie, J., e Timperley, H. (2007). The power of feedback. Review of Educational Research, 77(1), 81–112. https://doi.org/10.3102/003465430298487




