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Come si diventa campioni nello sport?

Come può Lionel Messi dribblare con la palla i difensori avversari quando la maggior parte dei giocatori non riesce nemmeno a farlo in linea retta, da soli, senza perdere il controllo della palla o inciampare?


A questa domanda molte persone rispondono in modo semplicistico che sono persone “speciali”, nate con questo “dono”, che hanno un talento innato. Tuttavia, la nozione dicotomica natura-cultura è cambiata radicalmente nel corso del tempo e degli studi: la questione non è più natura contro cultura, ma semmai natura attraverso cultura (Davids & Baker, 2007; Ridley, 2003). Sostenere, infatti, che “l’80% è genetica, e il resto è ambientale”, ignora il fatto che genetico non significa inalterabile. Ad esempio, in una nazione con infrastrutture sportive straordinarie, allenatori ben istruiti e così via, l’impatto genetico potrebbe essere molto ridotto.


A rinforzare questo concetto, il modello di competenza, formulato dallo psicologo cognitivo Anders Ericsson, è chiaramente in contrasto con i presupposti generali della genetica comportamentale. Egli afferma che la pratica deliberata sia il fattore chiave che limita la performance degli esperti (Ericsson et al., 1993). In poche parole, l’autore suggerisce sia concettualmente che empiricamente che la pratica e l’esperienza giocano il ruolo principale nel diventare un esperto, piuttosto che qualsiasi tratto innato o talento ereditato di per sé.


Nel frattempo, sono state pubblicate diverse meta-analisi (ad esempio Platz et al., 2014, nei musicisti) e studi originali (ad esempio, Güllich, 2017; Hornig et al., 2016, entrambi nello sport) che evidenziano come alcuni atleti d’élite hanno raggiunto livelli eccellenti di prestazioni prima dei 10 anni di pratica deliberata (Lombard & Deaner, 2014, nei velocisti), contraddicendo la famosa “regola dei 10 anni/10.000 ore di pratica” per diventare un esperto. Inoltre, la nozione di gioco deliberato è in contrasto con la pratica deliberata, in termini di massimizzazione del divertimento negli sport di squadra (Côté et al., 2007), e potrebbe essere un predittore di eccellenza più importante (Coutinho et al., 2016).


Come si diventa quindi campioni nello sport?


In poche parole, sono necessari modelli di competenze che considerino il quadro complessivo, le interazioni tra le variabili in modo multidisciplinare, integrando natura e cultura, nonché punti di vista differenti. Ciò richiede l’allineamento della moltitudine di dati diversi che comprendono vari aspetti del comportamento di un atleta.


A tal proposito, un modello di competenza non ancora ben riconosciuto e utilizzato è quello proposto da Ullén e colleghi (2016), applicato per la prima volta alla competenza musicale e recentemente allo sport (sci, Lewis et al., 2022; canoa, Arribas-Galarraga et al., 2020; atleti universitari statunitensi, Di Fiori et al. al., 2019; sport individuali: Fagan et al., 2019). Ullén e colleghi hanno suggerito un modello di interazione multifattoriale gene-ambiente dove la pratica deliberata agisce sulla competenza influenzando i meccanismi neurali e le proprietà fisiche, e viceversa, come evidenziato nella figura sottostante.

Gli autori sostengono che le limitazioni imposte dalla complessa evidenza empirica sulle relazioni tra fattori ci impongono di approfondire i singoli elementi legati alle performance di eccellenza, quali:


  • Proprietà fisiche, suddivise, da un lato, in proprietà fisiche allenabili, come resistenza o forza; e, d'altro, in quelli non addestrabili, come l'altezza, i profili genotipici o l'apertura alare. Il modello di Ullén (2016) suggerisce che le misure dirette spiegano una maggiore varianza nelle competenze, mentre quelle indirette fungono da fattori precondizionali sommati per le carriere a lungo termine;

  • Fattori genetici, che cercano di trovare se alcune varianti ("genotipo") possono essere correlate a specifici aspetti rilevanti dell'allenamento sportivo come forza, potenza, capacità di resistenza o suscettibilità agli infortuni ("fenotipo"; Appel et al., 2021; Maestro et al., 2022; Petr et al., 2022). Tuttavia, la relazione tra genotipo e fenotipo potrebbe essere alterata dal volume e dal contenuto dell'allenamento, dalla nutrizione, dall'epigenetica e da altri fattori ambientali (Guest et al., 2019). Inoltre, alcuni geni potrebbero anche essere espressi solo quando viene eseguito un allenamento specifico, ovvero quando è personalizzato in base al profilo genetico (Jones et al., 2016);

  • Fattori ambientali, suddivisi in microambienti, come ad esempio genitori, allenatori o compagni di squadra (Beets et al., 2010; Henriksen, 2010; Henriksen, Knight, et al., 2020; Henriksen, Storm, et al., 2020), e macroambienti, che comprendono la qualità dell’allenamento insieme ai sistemi di supporto nelle accademie giovanili o nei centri olimpici (Henriksen, Knight e Araújo, 2020). Questi stessi ambienti possono cambiare in base ai diversi sistemi sportivi locali e nazionali, e influenzarsi reciprocamente;

  • Aspetti psicologici, come motivazione, interessi e personalità nella pratica sportiva. Secondo il modello tali elementi risultano essere gli antecedenti alla pratica deliberata che poi agisce sulle proprietà fisiche e sui meccanismi neurali, in particolar modo risultano importanti la motivazione intrinseca e quella legata al successo;

  • Meccanismi neurali e funzioni cognitive, che variano in base alla specificità dello sport. Ad esempio, pugili, calciatori e tiratori differiscono nel loro grado di livelli di funzionamento cognitivo (Yongtawee et al., 2022). Inoltre, come previsto, gli sport intercettivi come la boxe hanno livelli più elevati di funzionamento visuospaziale e velocità di elaborazione rispetto ad altri sport, mentre nel calcio la flessibilità cognitiva è maggiore come richiesto dalle interazioni dinamiche di questo sport;

  • Ulteriori fattori di competenza, come ad esempio l’anticipazione (Williams et al., 2020), la visione (Vickers, 2016), il comportamento di ricerca visiva e anche l’accoppiamento informazione-movimento (van der Kamp & Renshaw, 2015). Tutti questi sono prerequisiti fondamentali per un comportamento tattico ottimale, soprattutto negli sport intercettivi e di squadra aperti e dinamici (Memmert et al., 2017). Migliori sono le capacità percettive e cognitive specifiche dello sport, maggiore è il livello di competenza (Albaladejo-García et al., 2023), anche se non c’è una relazione lineare.


Concludendo, gli autori sottolineano che, sebbene concentrarsi su un fattore sia una strategia di ricerca economica e pratica, non porta alla comprensione della natura multidimensionale delle competenze e soprattutto a identificare le componenti chiave per diventare un campione. Per questo motivo è nato un progetto innovativo, proposto da Zentgraf e Raab (2023) e finanziato dal Ministero degli Interni tedesco e dall’Istituto tedesco di scienze dello sport.


Il progetto denominato In:prove è stato finanziato per 4 anni con oltre 2 milioni di euro per affrontare le strategie di individualizzazione negli sport d'élite, e attraverso un consorzio di cinque gruppi di ricerca, dal 2021 al 2025, analizzerà circa 600 atleti in sette diversi sport (estivi e invernali, nonché individuali e di squadra) attraverso il modello di Ullén e colleghi (2016). Non ci resta quindi che aspettare, perché ne vedremo sicuramente delle belle.


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Bibliografia

Per tutti i riferimenti bibliografici consultare l’articolo Karen Zentgraf & Markus Raab (2023): Excellence and expert performance in sports: what do we know and where are we going?, International Journal of Sport and Exercise Psychology, DOI: 10.1080/1612197X.2023.2229362

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